“L’acqua in più e l’acqua in meno”: parte II

La “Tavola Rotonda” del 26 Ottobre è stata un momento eccezionale per comprendere la filosofia di alcuni temi che interessano il mondo dell’idraulica e delle costruzioni idrauliche.

Uno degli interventi più interessante è quello del prof. Dadeppo. Il docente della facoltà di ingegneria di Padova ha infatti ricordato come in Italia la penuria d’acqua non è dovuta alla mera mancanza della stessa. Infatti vi sono ben 300 milirardi di mc (con uno scarto annuo del +/- 20%) di pioggia meteorica annua contro solo 35 miliardi di mc richiesti per uso potabile, irriguo ed industriale. Il volume totale di invasi italiani è di 14 miliardi di mc. Il problema consterebbe, dunque, nella mancanza di riserve.

Il prof. De Marinis ha sottolineato come in ingegneria civile-idraulica non ci si può affidare solo alle formule ma è necessario far riferimento anche al buon senso. Il docente ha lasciato un esempio pratico, con riferimento ad un reale corso d’acqua, per spiegarsi. Con riferimento alla stima del deflusso minimo vitale, se ci si affidasse al Q7-10 per il Rio Peschiera, un corso d’acqua nel quale fluiscono in maniera quasi costante 20mc /s, il Q7-10 sarebbe uguale a Q. Non solo. Il deflusso minimo non riguarda solo la sopravvivenza delle specie ittiche ma deve riguardare più in generale la propagazione del cuneo salino o la portata minima per il funzionamento delle eventuali centrali idroelettriche.

Altro tema trattato è stato quello dei limiti amministrativi sui bacini idrografici. La spinta federalistica ha permesso a regioni e provincie a statuto speciale di mantenere il controllo sui propri bacini senza la possibilità di creazione di Autorità di Bacino Idrografici “super partes”. Questo implica che regioni come il Trentino facciano ciò che vogliono sulle proprie acque, impedendone la regolazione dei deflussi e la gestione delle risorse per le regioni più a valle. A queste rimangono solo le inondazioni (Firenze ’66 ect).

Il prof. Paoletti ha proposto un tormentato quesito: “Gli strumenti legislativi e le pianificazioni che ne derivano perchè non vanno avanti?”

Il prof. Versace, ordinario di costruzioni idrauliche all’università di Salerno, in risposta all’intervento del prof. Dadeppo, afferma che “fare dighe non risolve il problema”. E necessario che l’acqua scorra nei fiumi per fini ecologici, ricreazionali, di paesaggio ect.

L’ing. Rossi (responsabile acquedotto ovest Campania) ha però spiegato che la ridondanza (cioè l’acqua invasata artificialmente) permette di superare le sistematiche crisi idriche. Inoltre ha tenuto a sottolineare come la gestione privata dell’acquedotto ha permesso di ridurre le perdite dal 15% al solo 2,5%, percentuale ritenuta assolutamente fisiologica. La privatizzazione ha fatto si che nell’anno passato solo 2 sono stati gli interventi di emergenza. Lo stesso Rossi ha affermato: “Si pensi che molti acquedotti – riferendosi a quelli non privatizzati – vengono gestiti solo nelle emergenze”.

Subito il commento del prof. Dadeppo che ha ricordato come spesso si sia fatto ricorso ad enormi dati percentuali sulle perdite che hanno causato l’appellativo di “colabrodo” alle reti acquedottistiche italiane. Di frequente, nello stesso convegno, si sono infatti citate le punte di oltre il 50% di perdite. Il prof. Dadeppo ha invece voluto precisare che bisogna necessariamente distinguere tra acqua persa e acqua non fatturata, quella dove cioè il gestore “non prende quattrini”. A detta del docente è necessario smetterla con questi catastrofismi.

Inaspettata l’affermazione dell’ing. Martini: “Le Autorità di Bacino non sono autorità ma agenzie di programmazione”.

Da ricordare che è stata accolta la proposta del preside Di Natale per la condivisione dei risultati dello studio sulla distrettualizzazione delle reti: alcuni docenti hanno espresso, infatti, l’intenzione di impiegare l’impianto sperimentale di Monteruscello.

“L’acqua in più e l’acqua in meno”: parte IIultima modifica: 2007-10-29T14:50:00+01:00da ambter
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento